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The Rodeo Man – Intervista a Mario Raspanti (seconda parte)

Mario Raspanti copertina

Dopo essere passati dalla clubhouse al deposito, ripercorrendo l’infanzia di Mario Raspanti, ci ritroviamo davanti al tondino. Continua a raccontarci di Star e del brutto periodo che ha passato prima del suo arrivo qui 3 anni fa.

“Mi era stato segnalato da un conoscente, quando sono andato a vederlo, il feeling con lui è stato immediato. Dopo pochi minuti insieme, capiva i comandi che gli davo solo spostando il peso del corpo. Purtroppo, nel maneggio in cui si trovava, delle persone poco corrette, utilizzavano modi violenti per far sgonfiare la pancia ai cavalli e poter stringere la cinghia(2). Naturalmente questo lo aveva reso molto nervoso e poco propenso a farsi sellare. Insieme abbiamo fatto un bel percorso, adesso è molto più sereno.”

Mario si assenta un attimo e quando torna il cap è stato sostituito da un bellissimo cowboy hat in feltro. Poco dopo entra nel tondino per dare il cambio a F.
Monta in sella con un’agilità impressionante, a riprova che per lui sia naturale come camminare; quando Star inizia a galoppare, si fondono insieme in un unico movimento fluido ed elegante.

Western Heritage Mario raspanti Horse 2

“Mario, tu che vai a cavallo da una vita intera, ti sei mai fatto male?”
“Sono i rischi del mestiere. Di lividi e contusioni ho perso il conto, ma quelli sono poca cosa. Ho qualche segno più profondo. Il più brutto, in una doma anni fa, un cavallo ha pensato bene di usarmi come cuscino, mi si è letteralmente sdraiato sopra di schiena, mi ha spappolato intestino, uretra, vescica. Che per fortuna, un bravo dottore mi ha sistemato.
Un altro durante un rodeo a Paullo, io ero già smontato e il cavallo continuava a sgroppare, gli zoccoli mi sono atterrati sulla caviglia, e adesso ho dei chiodi nel malleolo come souvenir. Poi in un’altra doma, un Murgese mi ha regalato 5 costole rotte, costringendomi a dormire per un mese in poltrona perché non riuscivo a stare sdraiato.”

Nella sua voce non c’è traccia di rimpianto, si percepisce invece ancora quella grinta che lo ha sempre spinto a non fermarsi.

Di altro avviso, forse, potrebbe essere sua moglie, conosciuta nel più classico dei modi:
“Una sera stavo andando a ballare, ed ero abbastanza bravino. Tutte volevano ballare con me. Io lo chiedo a lei e mi dice di no. A me? A me ha detto no!
Dopo l’ho convinta, sono riuscito a farla ballare, le ho insegnato anche il boogie. Ci siamo sposati negli anni ’60, ma lei, poverina, non se lo immaginava che matto che ero e che vita la aspettava con me.”

Quindi prima l’hai sposata e poi hai iniziato a fare i rodeo?”
Ride.
Qualcosa ho sempre fatto, fin da ragazzino, quando andavo a Livorno dal capitano. Ho iniziato seriamente negli anni ’70, da Bordignon. La prima volta è stata molto veloce, in un lampo ero a terra. Ma questo non mi ha fermato, ho continuato per migliorare.  
Tutto quello che so, che ho imparato, mi è stato suggerito o insegnato da amici e colleghi, allora non c’erano scuole e corsi a cui potersi iscrivere.
Dopo circa un anno sono riuscito a resistere per il tempo previsto dal regolamento. Bisogna ricordarsi che quando vinci tu, vince anche lui, dopo 8 secondi devi venir via, ma nell’animale rimane l’istinto di continuare: non si è arreso a te.”

Nel 1975, sbaragliando avversari americani ben più esperti, diventa il primo campione italiano di Bareback Rodeo; come testimonia la bella medaglia che, orgogliosamente, porta sempre al collo.

“I miei amici d’infanzia mi avevano soprannominato ‘ll Selvaggio’, oltre i cavalli ho provato anche il rodeo con i tori. In quegli 8 secondi l’adrenalina scorre a fiumi: è una sensazione che non si può descrivere.”

Anche in veste di bullrider riuscì a ottenere ottimi piazzamenti sfiorando il podio nel campionato nazionale.

“Quando si sfidano i propri limiti, bisogna anche tenerli ben presenti. Guai a pensare di non averne, tutti abbiamo dei limiti. È un gioco fisico perché ci vuole forza, ma anche psicologico: la mente deve capire il pericolo e starci dentro.
Il rodeo che sia con cavalli o tori, è uno sport un po’ pericoloso, ma non c’è inganno. È una lotta pulita fra te e l’animale, intelligenza e forza.”

Mario Raspanti vecchia fotografia
Mario Raspanti durante un rodeo negli anni ’70

“Questa tua passione è diventata il tuo lavoro a tempo pieno?”
“Oggi è tutto diverso, ma all’epoca i rodeo erano pochi, non si vincevano soldi e se ci si faceva male, non c’era nessun tipo di assicurazione a pagare i danni. Si gareggiava per pura passione, ma dovevi pensare anche alla famiglia, alla casa da mandare avanti. Ho fatto prima il muratore e poi l’imbianchino.
Qualche anno fa ho anche creato e messo in commercio un mangime con il mio nome: Cavalli Raspanti, però il brevetto è scaduto ormai.”

“Che consiglio daresti a chi vuole approcciarsi ai cavalli?”
“Di non volere tutto e subito, ci vuole tempo e pazienza per apprendere. Ma soprattutto di avere rispetto verso i cavalli, ci restituiscono il modo in cui vengono trattati.
E di usare jeans larghi, non come quelli che vanno di moda adesso. Se vuoi cavalcare comodo, devi avere un pantalone largo e con la vita alta, che ti lasci libero nei movimenti.”

Mario Raspanti a cavallo

Mario Raspanti è un domatore, addestratore, campione di rodeo, bullrider, roper e molto altro ancora. Tratta il prossimo con molta educazione e riguardo, nonostante sia a casa sua, parole come permesso, per favore, grazie, non mancano mai.
Persone come Mario che sono rimaste vere, genuine, umili ed eleganti sono il vero simbolo del West.
Vivono lontano dal clamore e dal business degli show odierni. Custodiscono segreti appresi in anni di cadute, sgroppate e vittorie che tramandano a chi è meritevole e volenteroso di apprendere, senza voler strafare al solo fine di apparire.

“Io non vado al bar, sto qui in campagna e faccio i miei lavori, se qualcuno mi viene a trovare mi fa piacere”.

Grazie Mario, grazie di cuore.

Note:
(2) – Quando vengono sellati i cavalli tendono a gonfiare la pancia, in questo modo, la cinghia sottopancia anche se tirata diventa lenta una volta che il ventre si sgonfia.
Per loro è una sorta di piccolo fastidio (come per noi una cintura troppo stretta). Solitamente la cinghia viene inizialmente “puntata”, cioè chiusa in uno dei buchi comodi, senza tirare, poi si fa muovere il cavallo stando a terra. In questo modo la pancia si sgonfia naturalmente e prima di montare in sella si può stringere ulteriormente.

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